Dei miei primi dieci giorni da mamma

Piansi ancora, ogni giorno, ogni notte, ogni volta che non riuscivo a capire cosa dovevo fare. Tu piangevi, io piangevo. […] Non stavo bene, e le persone che transitavano da casa mia non lo videro perché, convenzionalmente, ero costretta a mostrarmi felice e appagata dal mio nuovo ruolo di madre. Devo solo ringraziare papà, che fu fondamentale in quei primi giorni di assestamento, tenendomi in piedi per i capelli mentre sprofondavo nello sconforto. […] Diciamolo che una volta messo piede in casa dall’ospedale non ci si capisce niente, diciamolo che siamo sfinite, che non sappiamo cosa fare, diciamolo che il pianto di un neonato riecheggia in un cranio insonne dieci volte più forte […] Diciamolo al mondo che è dura, che la maternità ti investe senza preavviso, perché lo sapevi che stavi per avere un bambino, ma un giorno non sei madre e quello dopo si è non hai il tempo di capire come funziona. […] Perché siamo sole anche in mezzo al parentame, siamo sole nel nostro casino di neomamme e abbiamo bisogno di qualcuno che ci asciughi le lacrime senza sminuirle, che ci coccoli nel nostro nuovo corpo

Queste parole – e tutte le altre che non ho trascritto – sono di Giada Sundas e sono tratte dal suo libro “Le mamme ribelli non hanno paura” che una mia collega mi ha regalato senza sapere che descriveva perfettamente la mia vita. Leggendole ho pianto e riso moltissimo perché sono così vere da far quasi paura. Così, con le parole di Giada a farmi da apripista, ho deciso di scrivere questo post.

Era sabato quando sono tornata dall’ospedale dopo il parto, sabato 24 marzo. Alle 15 ero in casa, alle 16 piangevo abbracciata al cuscino mentre Daniele dormiva beato. Ero in crisi, crisi nera. In ospedale le neomamme sono super coccolate, accudite, rincuorate. I bambini sono al sicuro nelle loro cullette su ruote, i parenti ficcanaso hanno orari limitati e l’ambiente è protetto. Appena entrata in casa mi sono sentita persa, spaesata, non sapevo neanche da parte girare mio figlio per allattarlo.

È andata così per i primi, interminabili, dieci giorni. Piangevo sempre, soprattutto la sera. Intorno alle 20 aprivo i rubinetti e li chiudevo a notte fonda, quando Daniele si addormentava. Piangevo perché ero certa che gli sarebbe successo qualcosa di terribile, che lo avrei rotto, che non sarei stata in grado di amarlo mentre già lo amavo più di me stessa. Piangevo quando piangeva lui e piangevo perché si calmava solo in braccio a suo padre. Lui lo sapeva tenere meglio di me, aveva trovato la posizione perfetta ma a me non riusciva, perché ho le braccia troppo corte e le tette troppo grosse.

La casa era sempre piena di gente ma io ero sempre più sola. Trovavo conforto in qualche gruppo di mamme su facebook, donne che avevano sperimentato quelle stesse sensazioni e mi rassicuravano dicendo che sarebbero passate in fretta. Non ne ho mai parlato con le mie amiche, loro non sanno che ho pianto ogni giorno per dieci giorni e che anche ora, 8 mesi dopo, ogni pianto di mio figlio è una sofferenza, è un mettere in dubbio me stessa e le mie capacità. Non sanno che il nostro primo viaggio insieme è stato un disastro, un disagio unico, un’Odissea. Non sanno che quando ho dovuto smettere di allattare ho pianto tre giorni ad ogni poppata, guardando Daniele e pensando che il nostro rapporto si sarebbe rovinato per sempre. Non sanno che Gianluca mi ha rimproverata e spronata e tenuta su coi picchetti affinché io sembrassi normale.

No, nemmeno le mie amiche sanno tutte queste cose. E non le sanno perché certe cose una mamma non le può dire. Non può dire che è stanca, impaurita, affaticata. Non può dire che ogni tanto vorrebbe scappare o tornare indietro a “quella sera” e guardarsi un film invece di farsi ingravidare, non può dire che non ne può più. Non può perché le risposte a queste esternazioni sono, a scelta A) hai voluto la bicicletta, adesso pedala o B) ma non pensi a come sei fortunata???? Pensa a quelle che non ne possono avere!!!

Insomma: sono stra maledetti cazzi tuoi e stai pure zitta e sii grata che se no te lo facciamo portar via dagli assistenti sociali. Sipario.

Poi le cose iniziano ad andare meglio, non voglio dire di no. Ma i primi giorni, le prime settimane, i primi mesi (almeno tre, nel mio caso) sono difficilissimi, come una montagna da scalare di cui non si vede mai la cima. In quei primi mesi queste sensazioni, che insieme prendono il nome di baby blues, accompagnano il 50/80% delle mamme (mentre sono “solo” il 10/15% a soffrire di vera e propria depressione post partum) e parlarne è il primo passo per aiutare altre mamme a sentirsi meno sole.

E i papà? Anche a loro può capitare di soffrire di depressione post partum e di avere emozioni contrastanti e destabilizzanti ma nella maggioranza dei casi, grazie a Dio, loro restano lucidi e forti abbastanza per sostenere quel corpo di mamma che una volta conteneva una donna sicura di sé. Nel mio caso Gianluca è stato determinante perché non mi hai mai mollata e mi ha dato la forza per reagire a quasi tutte le situazioni più “critiche”. Come dice sempre Giada Sundas nel suo libro dev’essere dura essere padre, mentre con un braccio si culla un neonato e con l’altro una mamma stanca.

A tutte le neomamme e i neopapà vorrei dire che non siete soli, che se ne esce, che bisogna parlarne e non nascondere la polvere sotto il tappeto. È sano e naturale avere dei momenti di sconforto, non è vero che basta guardare il proprio figlio per ritrovare tutte le forze, non è vero che “ne vale la pena perché guarda che bambino meraviglioso che hai”. Si fa fatica, cazzo, se ne fa tanta. Non c’è niente di cui vergognarsi nell’ammetterlo e i nostri figli un domani ci ringrazieranno per avergli mostrato che anche gli adulti hanno il diritto di piangere e avere paura. A loro e anche a chi genitore non è consiglio la lettura di “Le mamme ribelli non hanno paura” perché apre gli occhi su tanti aspetti della gravidanza e della maternità che troppo spesso vengono taciuti e lo fa con una leggerezza e una simpatia insuperabili. Grazie Giada!

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Mio marito non mi aiuta

Il titolo di questo post è volutamente provocatorio e nasce dopo un confronto avuto con le mie amiche mamme sul tema “cosa fanno i papà”.

Io parlo per me e posso affermare con certezza che mio marito non mi aiuta. Gianluca cambia i pannolini, allatta Daniele col bibe, lo fa addormentare se il giorno dopo non deve lavorare, gli fa il bagnetto, lo porta a spasso nel marsupio, lo calma, ci gioca, lo coccola.

Ma come? E questo non è aiutare? No! Mio marito non mi aiuta, mio marito FA IL PAPÀ.

Eeeehhhh ma non è mica così scontatoooo

Dovrebbe esserlo, invece! Io e Gianluca abbiamo deciso INSIEME di cercare un bambino. Abbiamo scelto INSIEME di farlo subito, nonostante una situazione economica non proprio rosea. Per questo INSIEME ci occupiamo di lui.

Quando racconto questa cosa molti mi dicono “oh com’è bravo Gianluca!”. Allora fermiamoci un attimo ad analizzare questa cosa. Tu, mamma che stai leggendo, ti sei mai sentita dire “come sei brava che cambi il pannolino/nutri/coccoli/fai dormire tuo figlio!”? Sospetto che la risposta sia no. Nessuno fa i complimenti ad una mamma che fa la mamma quindi perché dobbiamo farli ad un papà che fa il papà?

C’è un motivo se i figli si fanno in due (due papà, due mamme, due genitori di sesso opposto) ed è che crescere i bambini è faticoso e stancante. In natura i cuccioli sono allevati dall’intera comunità mentre noi ci accontentiamo di una mamma e un papà, se va bene. La colpa è di tutta una serie di condizionamenti sociali che vogliono la donna relegata al ruolo di madre e l’uomo incapace di avere a che fare coi figli.

Ma è davvero così? Gianluca è capacissimo di stare con Daniele, si impegna molto, sbaglia, riprova e ha successo. Spesso, soprattutto se si tratta di caldo/freddo, è lui a capire per primo il motivo del pianto di Daniele e a porvi rimedio. I primi giorni dopo il parto, complice il mio babyblues, Daniele si calmava solo in braccio al suo papà e io ero quella incapace di relazionarmi con lui.

Spezziamo questa catena. Diamo la possibilità ai papà di fare i papà, di sbagliare, di mettere un pannolino al contrario, di abbinare colori a caso. Diamogli la possibilità di essere semplicemente dei papà come noi siamo semplicemente delle mamme con tutti i nostri difetti e i nostri limiti.

E quando ci chiederanno se nostro marito ci aiuta rispondiamo di no. No, mio marito non mi aiuta. Mio marito fa il papà.

Di quando sono diventata mamma con dodici giorni di ritardo

[Disclaimer: in tutti i post sulla gravidanza che leggerete qui si parla della MIA personale esperienza che non sarà mai uguale a quella di un’altra donna. Non troverete verità scientifiche ma solo il racconto delle mie sensazioni.]

Quando una donna dice “sono in ritardo” genericamente intende una di queste due cose

  1. non mi è ancora arrivato il ciclo, AIUTO/EVVIVA!
  2. devo ancora mettermi il rossetto cambiare le scarpe trovare la borsa INSOMMA STAI CALMO E INIZIA A SCENDERE!

Ultimamente a me è capitato di essere in ritardo per un terzo motivo e cioè che il mio bambolino, previsto in arrivo per il 10 marzo, al 20 era ancora al calduccio dentro la pancia. Dieci giorni di ritardo oltre il termine di gravidanza, a Lecco, vogliono dire una sola cosa: induzione. Se siete curiosi di sapere, quindi, come è nato Daniele (e volete conoscere i macabri retroscena del parto!) continuate a leggere!

Il 20 marzo alle 9 sono stata ricoverata per procedere con l’induzione del parto e dare finalmente alla luce il mio bambino. Durante la visita di controllo la ginecologa ha confermato che il mio utero era ancora totalmente chiuso e ha dato il via al mio calvario con lo scollamento delle membrane, una manovra meccanica che stacca le membrane del sacco amniotico dal collo dell’utero accelerando, in teoria, l’arrivo delle contrazioni. Dopo SETTE buchi tra braccia e mani (chiamatemi Sick Girl) sono finalmente riusciti ad inserirmi il cateterino per somministrare eventuali farmaci endovena e ho iniziato tutta una serie di controlli e monitoraggi fetali per controllare che Daniele stesse bene. Alle 18, a seguito di una visita che ha evidenziato una dilatazione ancora pari a zero, è iniziata l’induzione.

Nel mio caso i medici hanno deciso di partire con l’induzione meccanica utilizzando il catetere di Foley, un palloncino inserito in vagina che viene gonfiato con dell’acqua fisiologica e, scollando ulteriormente le membrane, aiuta il corpo a liberare prostaglandine, gli ormoni che innescano le contrazioni. L’inserimento del catetere e lo scollamento delle membrane sono stati per me un’inutile tortura perchè a) non hanno fatto partire nessuna contrazione e b) FANNO UN MALE PORCO. Per le 24h successive sono stata sottoposta a continui monitoraggi del battito fetale ma delle contrazioni neanche l’ombra e così, alle 18 del 21 marzo, i medici hanno rimosso il catetere (che si può tenere, appunto, solo per 24h) e hanno fatto partire l’induzione chimica.

Intorno alle 19.30 mi hanno somministrato un gel a base di prostaglandine che si può riapplicare ogni 6h per tre volte per poi passare, in caso di insuccesso, all’induzione tramite ossitocina endovena. Grazie a Dio nel mio caso è stata sufficiente una sola applicazione e infatti alle 20 mi sono partite le contrazioni. Solitamente una donna alla prima gravidanza si dilata di circa 1cm/h mentre io, forse per natura e sicuramente “grazie” all’induzione, mi sono dilata dei primi 5cm in sole due ore VEDENDO LE STELLE. Per aiutarmi a sopportare il dolore ho fatto una doccia molto calda di circa mezz’ora e poi mi sono rimessa a letto in attesa di capire quale fosse il mio destino (mentre avevo le contrazioni, infatti, ancora non sapevo di essere già in travaglio attivo e di essere quasi pronta per la sala parto). Quale fosse il mio destino l’ho capito quando ho iniziato a vomitare, segno che il travaglio era entrato nel vivo (è un sintomo molto comune, infatti). A quel punto la Santa ostetrica Annalisa, cui devo eterna gratitudine per avermi accompagnata nello straordinario viaggio che mi ha portata a partorire, mi ha visitata e ha decretato: “5cm, andiamo a far nascere Daniele!”. In quel momento, con quel poco di lucidità che mi era rimasta, ho implorato che mi facessero l’epidurale e siamo partiti alla volta della sala parto.

Il tragitto dalla camera alla sala parto mi è sembrato lunghissimo: ad ogni contrazione dovevo fermarmi, aggrapparmi al corrimano e respirare a fondo per poi ripartire e trascinarmi per altri 10 passi. Alla fine comunque siamo arrivati nella Sala Cielo dove l’ostetrica, in attesa dell’arrivo dell’anestesista, mi ha proposto di utilizzare il gas esilarante che aiuta a sopportare i dolori delle contrazioni. Da qui i miei ricordi diventano un po’ offuscati ma una cosa la ricordo bene: il gas esilarante è una figata! L’epidurale, arrivata dopo credo mezz’ora/un’ora, non è dolorosa come molti dicono ma è un po’ una scocciatura: la mamma deve stare ferma immobile per qualche minuto per dare modo all’anestesista di inserire il cateterino nella schiena e capite bene che con le contrazioni ravvicinate stare ferme è quasi impossibile! Una volta partita l’effetto è quasi immediato e posso assicurarvi che il dolore sparisce del tutto. Io ho letteralmente dormito per circa un’ora e quando mi sono svegliata la dilatazione era completa ed io ero pronta per spingere!

La fase espulsiva, il rush finale, non è assolutamente la parte peggiore nè la più faticosa. In questa fase anche l’epidurale viene “spenta” (non si tratta infatti di una dose ma di una somministrazione continua che può essere fermata per poi ripartire al momento del bisogno) per dare modo alla mamma di sentire chiaramente il premito del bambino e capire quando spingere; in questa fase il dolore lascia spazio al sollievo perchè spingendo si assecondano le richieste del corpo e tutto sembra molto più facile e naturale che durante la fase dilatante. Io e Daniele abbiamo collaborato alla grande grazie alle indicazioni dell’ostetrica e della ginecologa (che nel mio caso è entrata non per via di problemi legati al parto ma perchè ero l’unica partoriente della notte) che mi hanno suggerito posizioni e trucchetti per spingere meglio.

Alla 1.45 del 22 marzo, dopo 10 mesi di gravidanza, 36 ore di induzione, 6 ore di travaglio e una quindicina di punti Daniele ha visto la luce e noi siamo diventati mamma e papà, con 12 giorni di ritardo e una gioia immensa nel cuore! Ha fatto male? Dannatamente sì. Ne è valsa la pena? Eccome. Sono felice di aver partorito naturalmente con l’aiuto dell’epidurale? Sì!! L’anestesia mi ha aiutata a godermi il momento del parto senza lasciare che i dolori offuscassero tutto. Per me il parto è stata un’esperienza eccezionale e sono certa che sia anche merito dell’anestesia. I dolori del parto si dimenticano? Certo, si dimentica quanto e come si prova dolore, ma non si dimentica di averlo provato. Lo rifarei? Certamente, ma non domani! Per ora mi basta tenermi stretti questi ricordi meravigliosi e coccolare il mio bambino proprio come facevo quando era ancora nella mia pancia.

La tua prima festa del papà

Oggi, 19 marzo, è la festa del papà e noi eravamo convinti di festeggiarla col nostro “bambolicchio” già tra le braccia; purtroppo, essendo figlio nostro, Daniele non poteva che essere uno scassa palle ritardatario e così siamo ancora prepotentemente incinti e non abbiamo nessun bambino da prendere in braccio.

Se lui è in ritardo, però, tu questa volta sei arrivato con un sacco di anticipo.

Tu che non arrivi mai puntuale, nemmeno se si tratta di andare a fare cose che ti piacciono, non hai mai fatto un minuto di ritardo alle mie visite in gravidanza. Tu che sei perennemente in ritardo persino al lavoro quando hai letto “pregnant” sul test di gravidanza non hai esitato un attimo e ti sei trasformato in un Papà così su due piedi, molto prima che io mi trasformassi in una mamma. Tu che ti scordi anche di buttare la spazzatura e di portare in casa le tue amate bottiglie di vino (che nel capanno in giardino prendono freddo!!) non ti dimentichi mai di chiedermi “si muove bambolicchio?” ogni 4/5 ore.

Da quando il mio ci ha lasciati ho sempre avuto paura del giorno in cui avrei dovuto chiamarti “papà”: temevo che quella parola mi si bloccasse in gola e facesse troppo male. La tua naturalezza, la tua spontaneità, la gioia nei tuoi occhi ogni volta che mi guardi la pancia, però, non hanno lasciato spazio alle mie paure e dal primo momento ho imparato a dare un nuovo significato a questa parola così grande e bella.

E allora amore mio, anche se ufficialmente non siamo ancora genitori, questa giornata è tutta per te. Voglio festeggiarti e ringraziarti perchè senza il tuo sostegno non sarei nemmeno riuscita ad arrivare fino a qui! Buona festa del papà, papà canguro. Io e il tuo bambolicchio ti amiamo tantissimo!

Di quando hai provato per la prima volta la fascia con dentro un peluche e sei diventato #papàcanguro!

Corso preparto di coppia | La nostra esperienza

[Disclaimer: in tutti i post sulla gravidanza che leggerete qui si parla della MIA personale esperienza che non sarà mai uguale a quella di un’altra donna. Non troverete verità scientifiche ma solo il racconto delle mie sensazioni.]

Quando abbiamo iniziato il nostro viaggio verso il diventare genitori, nove mesi fa, ci siamo affidati all’ambulatorio a basso rischio dell’ospedale di Lecco dove, in una delle primissime visite, ci hanno consigliato di iniziare a guardarci intorno nel caso in cui la nostra intenzione fosse di frequentare un corso di accompagnamento alla nascita in coppia. I posti per i corsi di coppia, infatti, sono sempre pochi ed è bene iniziare a riservare il proprio con largo anticipo. Non ce lo siamo fatti ripetere due volte e a settembre 2017 abbiamo dato i nostri nominativi alla ASL per il corso che si sarebbe tenuto tra gennaio e febbraio 2018.

L’11 gennaio, insieme ad altre cinque coppie di quasi genitori, abbiamo iniziato questo straordinario percorso di scoperta verso l’arrivo di Daniele. Prima di raccontarvi cosa ha significato per noi affrontare questi momenti insieme, ecco in breve gli argomenti che abbiamo trattato ad ogni incontro.

  1. Conoscenza e presentazione del corso: durante la prima lezione abbiamo conosciuto le altre coppie e abbiamo lavorato in due gruppi, mamme vs papà. Abbiamo risposto a diverse domande sulla gravidanza fino a quel momento e le abbiamo poi confrontate per capire come mamme e papà vivono diversamente questo momento di attesa
  2. Il pavimento pelvico: una lezione è stata dedicata solo alle donne e alla scoperta del pavimento pelvico, il muscolo probabilmente più importante per il travaglio e il parto
  3. Il dolore e i suoi significati: lezione super intensa durante la quale l’ostetrica ci ha spiegato perchè provare dolore sia in realtà fondamentale per entrare in contatto col proprio corpo e col proprio bambino durante il travaglio
  4. Il tempo dei prodromi: quando iniziano le contrazioni, che fare? Correre subito in ospedale? Assolutamente no! I prodromi sono la fase che caratterizza l’inizio del travaglio (non attivo) e bisogna sapere come affrontarli
  5. Il tempo del travaglio e parto: travaglio attivo, spinte, uscita della placenta… quante cose da ricordare! In questa lezione abbiamo scoperto tutto, ma proprio tutto, quello che ci aspetta
  6. Visita alle sale parto: in ospedale, accompagnati dall’ostetrica, abbiamo potuto visitare il reparto maternità e le sale parto, in particolare quella con la vasca per il parto in acqua
  7. Post partum e puerperio: di nuovo divisi mamme vs papà abbiamo risposto a qualche domanda sul post partum e sulla gestione del primo periodo successivo al parto, soprattutto per quanto riguarda la salute della donna
  8. Allattamento al seno: un’intera lezione è stata dedicata solo ad approfondire questo  discorso sempre più importante in un momento storico in cui se allatti naturalmente e a richiesta (come suggerito dall’OMS) sei una mamma che “vizia” il suo bambino
  9. Accoglienza del neonato: durante questa lezione ci siamo concentrati sulla sicurezza del neonato nel lettino, sul fasciatoio, in auto e durante il bagnetto
  10. Il ritorno a casa: quanto è difficile gestire un neonato? Ma soprattutto, si dorme? No, e abbiamo capito perchè parlandone con l’ostetrica e spazzando via molte paure irrazionali

E allora, che ne pensiamo di questa esperienza? Per noi è stata eccezionale! In primo luogo abbiamo imparato tantissimo sia sulla cura dei neonati che sul momento del travaglio, che spaventa tutte le mamme e anche i papà; affrontare questo percorso insieme ci è servito per farci forza l’un l’altro e prepararci al meglio per accogliere Daniele come coppia prima che come genitori; avere la possibilità di conoscere altre mamme è stata utile per me quanto per Gianluca quella di conoscere altri papà, tutti spaventati e pieni di gioia quanto lui. Il confronto con le altre coppie è stato molto stimolante e continua ad esserlo anche ora che il corso è finito e noi continuiamo a sentirci per aggiornarci sulle novità.

Troppo spesso la gravidanza viene vista come qualcosa che tocca solo la donna, la futura mamma: non c’è nulla di più sbagliato!! Daniele è il frutto dell’amore tra me e il suo papà ed è giusto che anche lui venga coinvolto in ogni fase, dalle visite al corso preparto. E voi che ne pensate?

Credits Drew Hays 

Baby Bubi | Il nostro terzo trimestre insieme

[Disclaimer: in tutti i post sulla gravidanza che leggerete qui si parla della MIA personale esperienza che non sarà mai uguale a quella di un’altra donna. Non troverete verità scientifiche ma solo il racconto delle mie sensazioni.]

Mentre i primi due trimestri sono volati via in un soffio mi sembra di essere nel terzo trimestre da ben più di due mesi (mentre scrivo sono all’inizio del nono). Come dicevano tante altre donne già passate per la lunga strada della gravidanza gli ultimi mesi non passano mai e il momento di abbracciare Daniele mi sembra sempre lontanissimo. Come sta andando questo trimestre? Sicuramente meglio del primo ma “peggio” del secondo, ecco perchè!

Purtroppo con l’avvicinarsi del giorno X sono tornati un po’ di disturbi a livello fisico e io sono rientrata nel mood “essere incinta fa schifo”, frase che ripeto ogni sera prima di andare a letto quando infilarmi il pigiama sembra una delle sette fatiche di Ercole. I disturbi non hanno nulla a che vedere col tremendo malessere che ha caratterizzato i miei primi tre mesi di gravidanza ma sono comunque fastidiosi. Primo fra tutti? Il bisogno impellente di andare in bagno a fare pipì ogni 4 minuti netti. Il problema piscia (sono una principessa, lo sapevate?) in realtà non mi ha mai abbandonata ma dal settimo mese in poi si è fatto davvero insopportabile; Daniele è, oltretutto, podalico* quindi siede comodamente sulla mia vescica dandole ogni tanto delle gran culate che si riflettono in uno stimolo incontenibile. Il problema non si pone tanto quando sono in casa (Gianluca è abituato a vedermi scattare come una gazzella verso il bagno) quanto quando dobbiamo uscire con amici (d’obbligo la scelta di locali con bagni comodi e puliti) o quando dobbiamo fare lunghi tratti in auto (Lecco-Milano per andare da mia mamma, ad esempio, è diventato un viaggio interminabile per me e spesso ci capita di fermarci per fare pause pipì nelle piazzole di sosta). In sostanza io non sono più padrona della mia vescica ma è Daniele che decide quando si piscia. E quando decide che si deve pisciare si DEVE pisciare. Olè.

All’aumentare del volume della pancia aumentano anche i dolori alla schiena e alle gambe e soprattutto la sera il peso si sente tutto. La sensazione è proprio quella di sentirsi tirare verso il basso ma non ci sono fasce sostenitive che tengano: la soluzione è riposare di più durante il giorno e non fare troppi sforzi fisici. Questo purtroppo non è sempre facile soprattutto perchè anche il terzo trimestre – almeno tra il settimo e l’inizio dell’ottavo mese – è caratterizzato da una ritrovata energia che vi farà venire voglia di non fermarvi mai.

Io in particolare sto facendo molta fatica a sopportare l’insonnia. Riposare è diventato difficile perchè dopo poche ore (massimo due) nella stessa posizione devo girarmi pena i dolori dell’inferno e ovviamente questo mi impedisce di dormire un numero ragionevole di ore di fila. Nel mio caso poi, una volta sveglia faccio molta fatica a riaddormentarmi e quindi passo spesso le nottate in bianco con gli occhi sbarrati. Dicono che sarò allenata per i primi mesi col pupo ma la cosa non mi consola affatto!

Ma il terzo trimestre è solo un elenco di cose negative? NO! Io lo sto amando soprattutto per un motivo: abbiamo iniziato il corso preparto! Confrontarsi con altre coppie e con le ostetriche è molto stimolante e ci sta aiutando ad avvicinarci nel modo giusto al momento del parto e del primo incontro con Daniele. E poi: i movimenti del bambino nella pancia, già chiaramente individuabili dalla fine del quinto mese, nel terzo trimestre diventano sempre più riconoscibili; la pancia cresce e pesa ma accarezzarla ora, così tesa, è bellissimo e ti da proprio la sensazione di stare coccolando il tuo bambino; i preparativi per la nascita si fanno serrati e circondarsi di vestitini è molto emozionante; anche per i papà tutto si fa più concreto e la condivisione di emozioni e paure diventa un bel momento di intimità durante il quale coccolare la pancia e immaginare la vita a tre.

E dopo cosa succede? Per questo dovrete aspettare ancora un pochino: Daniele arriverà entro metà marzo, insieme ai primi fiori!

[*si è giratoooo!!!!]

A Daniele

Caro Nanino,

qui mamma! Mentre ti scrivo tu sei ancora dentro di me e dovrebbero passare almeno altre due settimane prima che io possa finalmente abbracciarti (ma spero tanto tu esca prima!). Questa è una lettera che forse non leggerai mai o che forse leggerai quando sarai più grande e della quale ti vergognerai per sempre: mi dispiace ma sappi che è una tendenza innata in ogni genitore quella di far fare figuracce ai propri figli specialmente in presenza di amici e fidanzati.

Da quando io e papà abbiamo saputo che eri approdato nella mia pancia sono passati 9 mesi e non sempre è stato facile. Ho dovuto, con fatica, decidere di lasciare il mio lavoro e per molti mesi mi sono sentita inutile. Ho avuto tanti dolori, nausee, fastidi e per molte settimane ho avuto paura di non riuscire ad amarti come tutte le mamme amano i loro bambini. Ero arrabbiata con me stessa e anche un po’ con te, che te ne stavi lì come un ranocchietto a sguazzare nel mio utero senza curarti di quello che stavo passando. Papà cercava di rassicurarmi, le ostetriche mi dicevano che tutti quei sintomi erano il segnale di una gravidanza sana, di un bambino che cresceva forte e io mi dicevo che se stavi bene tu allora dovevo sopportare e andare avanti, pensando solo a quando ti avrei preso in braccio la prima volta. Non è stato facile ma poi ad un certo punto le nausee sono gradualmente sparite e io ho scoperto dentro di me una forza e una voglia di fare che non avevo mai avuto. Mi sono messa a cercare un altro lavoro nonostante l’ormai evidente stato interessante e sono addirittura riuscita a trovarne uno che mi occupa solo qualche oretta durante la settimana e mi fa sentire di nuovo parte del mondo; ho rivoluzionato la nostra casetta e ho imparato a “fare i mestieri”; mi sono iscritta ad un corso di piscina per panzone e ti porto a nuotare tutti i martedì (e a te piace tantissimo!); ho iniziato a truccarmi e a curare il mio aspetto, perchè voglio che papà mi guardi e pensi che sono bellissima e perchè voglio sentirmi donna, prima che mamma. La forza per fare tutto questo, credimi, me l’hai data tu.

La prima volta che ti ho sentito muoverti dentro di me è stato il 26 ottobre 2017 e io e papà avevamo litigato tantissimo. D’istinto ho preso la sua mano e l’ho appoggiata sulla mia pancia e tu hai subito sferrato un secondo calcetto. Non ci siamo neanche guardati, eravamo arrabbiatissimi ma quel momento doveva essere anche suo, non potevo tenerti tutto per me. Dal giorno dopo ogni calcio, ogni gomitata, ogni capriola che hai fatto l’hai fatta con le nostre mani sul pancione, regalandoci emozioni mai provate prima.

Man mano che si avvicina il momento di abbracciarti noi siamo sempre più su di giri. Ormai in casa non si parla d’altro, la nonna si è trasferita da Milano per starci vicino e ti riempie di regali, la tua cameretta è pronta e ogni giorno viene sistemata con cura, la borsa per l’ospedale è già in macchina. Manchi solo tu e adesso sei davvero pronto per uscire.

Voglio dirti grazie principe ranocchio per questi primi 9 mesi insieme, i più difficili della mia vita. Grazie per avermi insegnato che niente è come te lo aspetti e che anche di un figlio ci si innamora piano piano, un po’ alla volta, con fatica e che proprio per questo il bene che ti voglio non potrà mai più andarsene dal mio cuore. Grazie per averci regalato questa altalena di emozioni che ricorderemo per sempre. Grazie per il tuo papà che è già il papà più bravo del mondo e si illumina ogni volta che pronuncia il tuo nome. Grazie perchè mi hai resa una persona migliore: ti prometto che farò di tutto per continuare a crescere insieme a te.

Voglio anche chiederti scusa e non per qualcosa che ho fatto mentre eri nella mia pancia ma per qualcosa che, temo, farò quando sarai tra le mie braccia. Scusami se cercherò in te delle somiglianze che non esistono, se ti attribuirò meriti che non hai e se dirò con orgoglio “è tutto suo nonno”. Spero che tu non debba mai sentire la resp0nsabilità di aver riempito un buco enorme nel mio cuore: so che un giorno volerai con le tue ali e sarà giusto così, non dovrai mai preoccuparti per me.

E poi, alla fine, voglio farti ancora una promessa, la più imp0rtante. Mi permetto di fartela anche a nome del tuo papà, perchè anche se io e lui (te ne accorgerai) la pensiamo spesso in modi diversi su questo siamo assolutamente d’accordo. Ti prometto che noi ti sosterremo SEMPRE. Ti insegneremo ad avere rispetto per te stesso e per gli altri e se le tue scelte saranno in linea con questo insegnamento non cercheremo mai di ostacolarti. Avrai sempre la certezza di avere due genitori fieri di te, che ti amano per quello che sei senza compromessi.

Quindi Nanino, che dirti ancora mentre mi prendi a calci perchè quando sto seduta non ti piace? Ci vediamo tra pochi giorni, mi riconoscerai: sarò quella con la faccia allucinata e i capelli spettinati che ti guarda e, in silenzio, piange.

A presto Baby Bubi!

Mamma